Costruiamo insieme il gemello civico digitale!

PianetaLab Bologna

13 dicembre 2025

Ex Dynamo, Via dell’Indipendenza 71/Z


RIASSUNTO DELL’EVENTO

L’incontro di PianetaLab a Bologna si inserisce all’interno di un percorso più ampio promosso dall’associazione Pianeta, attiva a livello nazionale sui temi delle disuguaglianze sociali e dei cambiamenti climatici. L’obiettivo centrale dell’iniziativa a Bologna è riflettere in modo partecipato sul concetto di gemello civico digitale della città, inteso non come uno strumento puramente tecnico, ma come un dispositivo democratico e inclusivo, capace di supportare le politiche pubbliche e migliorare concretamente la vita delle persone.

L’evento è aperto da Stefano Rimini (PianetaLab), che introduce PianetaLab come evoluzione delle attività di Pianeta: eventi di sensibilizzazione, progetti con le scuole, attività di advocacy e iniziative che intrecciano clima, salute mentale, digitale e natura. Dopo esperienze avviate a Modena – come il progetto “Lucciole e cicale”, che unisce citizen science e politiche pubbliche – Bologna diventa il luogo di sperimentazione sul tema del gemello civico digitale. L’obiettivo è coinvolgere i cittadini fin dalla fase di progettazione, raccogliendo opinioni e bisogni che verranno restituiti alle istituzioni in un evento pubblico successivo, che si terrà il 13 febbraio 2026.

Sabina Leonelli (PianetaLab) chiarisce il quadro teorico e politico del progetto. Il gemello digitale viene descritto come un insieme complesso di modelli statistici che permette di simulare scenari futuri della città: cambiamenti urbanistici, ambientali, sociali ed economici. Non si tratta però di una tecnologia “che governa dall’alto”, come accade spesso con le piattaforme digitali private, ma di uno strumento che deve crescere con i cittadini e rispecchiarne i bisogni. La sfida è duplice: rendere il gemello digitale comprensibile e accessibile, e allo stesso tempo permettere ai cittadini di interagire, fornire input e contribuire alle decisioni. PianetaLab si propone quindi come spazio di mediazione tra mondo scientifico, sociale e politico.

Gli interventi successivi portano esempi concreti di come il gemello digitale potrebbe diventare realmente inclusivo. Cristina Ceretti (Festival della migrazione) sottolinea l’importanza di rappresentare nel modello la Bologna “reale”, fatta anche di persone con background migratorio. Le loro esperienze, competenze linguistiche e professionali sono una risorsa strategica per la città e devono trovare spazio nei dati e nella progettazione dei servizi, superando barriere linguistiche e culturali. In particolare, viene evidenziato il ruolo delle donne imprenditrici migranti, che contribuiscono in modo significativo all’economia e alla rigenerazione sociale.

Giulia Sudano (Period Think Tank) introduce il tema dell’approccio femminista ai dati, mettendo in luce come molte disuguaglianze restino invisibili perché non adeguatamente rappresentate. I dati della pubblica amministrazione spesso non tengono conto delle identità non binarie, rendendo difficile costruire politiche efficaci. Viene sottolineata anche la necessità di partire da problemi concreti – come l’abitare, l’invecchiamento della popolazione, il digital divide – per rendere il gemello digitale uno strumento utile e comprensibile. L’esempio delle donne anziane che vivono sole a Bologna mostra come l’incrocio dei dati potrebbe aiutare a immaginare nuovi modelli abitativi e di welfare.

Fulvio De Nigris (Amici di Luca, Casa dei risvegli Luca De Nigris) porta l’esperienza di chi lavora con persone con esiti di coma e con le loro famiglie, evidenziando il tema della disabilità come risultato dell’interazione tra persona e contesto. Il gemello digitale potrebbe aiutare a valutare l’impatto delle trasformazioni urbane – come il tram o la riqualificazione degli spazi – sull’accessibilità e sulla qualità della vita, superando la distanza tra piani d’azione e applicazione concreta sul territorio.

Gabriele Fabbri (Percorsi di Pace) collega in modo diretto i temi della pace, dell’ambiente e del digitale. Sottolinea come molte migrazioni siano oggi causate da crisi ambientali e climatiche, rendendo evidente che non poter vivere nel proprio territorio significa non poter vivere in pace. A partire da un’esperienza personale durante un’estate particolarmente torrida a Bologna, evidenzia come il gemello digitale dovrebbe rispondere a emergenze concrete, come le ondate di calore, e aiutare a interrogarsi sulla vivibilità stessa delle città. Il gemello civico digitale viene visto come uno strumento che unisce tecnologia e dimensione umana, capace di supportare politiche di prevenzione (dal rischio climatico alla mobilità) e di offrire risposte rapide e comprensibili ai cittadini.

Patrizia Guerra (Consulta Cinnica) porta al centro del dibattito il punto di vista dei bambini, spesso assenti dai processi decisionali urbani. Ribadisce che i bambini sono cittadini del presente, non del futuro, e che le città devono essere progettate anche a partire dai loro bisogni e competenze. Evidenzia come lo spazio pubblico influenzi i comportamenti, non solo dei più piccoli ma di tutta la cittadinanza, e richiama parole chiave come inclusività, mobilità sicura, verde e gioco. Una città più “giocabile” e accessibile è una città delle relazioni, più sicura e più giusta per tutti. Il gemello digitale dovrebbe quindi contribuire a immaginare spazi urbani educativi, capaci di promuovere autonomia, sicurezza e socialità, superando un modello urbano pensato quasi esclusivamente per l’adulto automobilista.

Simone Manicardi (PianetaLab) propone di guardare al gemello digitale attraverso il tema del cibo, inteso come primo atto politico quotidiano. Partendo dalla domanda “come nutrire la città?”, sottolinea come agricoltura, alimentazione e salute siano profondamente interconnesse. Il gemello digitale potrebbe diventare uno strumento per analizzare come i cittadini di Bologna si nutrono, mappando quartieri, mense scolastiche, ospedali e strutture pubbliche, e valutando la qualità e l’origine del cibo. Questo approccio permetterebbe di promuovere modelli agroecologici, ridurre i costi sanitari nel lungo periodo e favorire un accesso equo a cibo sano, collegando politiche urbane, agricole e di salute pubblica.

Marina Kovari (ambasciatrice europea per il clima e volontaria Slow Food) amplia la prospettiva alla dimensione metropolitana e appenninica. Porta l’esempio dei mercati dell’Appennino bolognese come esperimenti virtuosi di connessione tra produttori e consumatori. Il gemello digitale potrebbe aiutare a raccogliere dati sullo stato di salute dell’agricoltura di montagna, sostenere filiere di qualità e riflettere sulla giustizia nella distribuzione del cibo.

Nel dibattito finale con il pubblico emergono questioni trasversali: trasparenza dei dati, sicurezza informatica, competenze digitali, interoperabilità tra istituzioni e controllo democratico sull’uso delle informazioni. Il gemello digitale non deve diventare un “grande fratello”, ma uno strumento di fiducia, partecipazione e responsabilità condivisa.

Nel confronto emerge anche l’importanza di superare la frammentazione tra le diverse istituzioni e piattaforme digitali, migliorando l’interoperabilità dei sistemi e l’uso effettivo dei dati già disponibili. Il gemello digitale viene riconosciuto come un potenziale strumento di studio e di supporto alle decisioni, capace di aiutare l’amministrazione a ripensare l’urbanistica, il patrimonio immobiliare e l’evoluzione dei quartieri in risposta ai cambiamenti demografici e sociali.

La fase di restituzione si concentra infine su una domanda chiave: quali azioni concrete potrebbero beneficiare, già oggi, di un supporto digitale. Le risposte dei relatori evidenziano bisogni molto concreti, come il tema del reddito e della sicurezza economica delle famiglie, l’integrazione tra politiche abitative e welfare, la lotta alla solitudine e all’isolamento, l’accessibilità per le persone con disabilità, la sicurezza stradale, la qualità dello spazio pubblico e l’accesso equo al cibo sano. Questa pluralità di proposte conferma che il gemello digitale non è percepito come un fine in sé, ma come uno strumento da mettere al servizio di priorità sociali urgenti.

L’incontro si chiude con la consapevolezza condivisa che il gemello digitale sarà un processo graduale, fatto di sperimentazioni e progetti pilota, e non una soluzione immediata. La sfida principale, emersa con chiarezza dal dibattito pubblico, è fare in modo che il digitale rafforzi la partecipazione, le relazioni sociali e la capacità della città di prendersi cura di tutte e tutti, mantenendo aperto il dialogo tra cittadini, associazioni e istituzioni nel percorso che porterà alla restituzione ufficiale del lavoro nel successivo incontro in Comune.

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